Antonella Ruggiero: «Dall’elettronica alla musica sacra, la mia voce mi ha portato ovunque»




«Due anni fa avevo voglia di silenziare la mia musica sulle piattaforme, ora ho deciso di mettercela tutta». Ama le scelte radicali, Antonella Ruggiero, e lo conferma con questa svolta digitale che l’ha spinta a pubblicare per la prima volta, sia in streaming sia in download, la sua opera omnia solista (27 album per un totale di 372 canzoni).

Perché ha cambiato idea?
«In un periodo nero come questo era giusto farlo: diffondere la musica nell’etere è l’unica cosa che non fa male a nessuno. Oltre tutto anche all’estero mi chiedevano di ascoltare brani ormai introvabili su disco. Insomma, volevo mettere un punto. Così ora tutto è tornato alla luce».

E non è poco. Una mole enorme di brani, cui si sono aggiunti i 18 riarrangiati da Roberto Colombo in “Come l’aria che si rinnova”…
«Volevo dare una resa sonora diversa a quei brani. Abbiamo tolto l’impianto ritmico e dato più risalto alla tessitura degli archi, per un suono più etereo e rarefatto».

In un’altra raccolta, “Quando facevo la cantante”, c’era una sua cover di “Creuza de mä” di De André. Poi farà due live in Sardegna dedicati a “La Buona Novella”. Un riferimento importante, il suo concittadino?
«De André è un maestro, ha lasciato versi e note che resteranno sempre validi per ogni epoca. Come Pasolini. Come Battiato».

Che ricordo ha della sua Genova?
«Ricordo la zona operaia, il mare di Ponente sempre unto dal nero delle acciaierie. Poi nei ricordi la Genova medievale dei miei nonni».

Quali sono i dischi solisti a cui è più legata?
«Tutti. Perché mi hanno permesso di spaziare dal pop alla canzone d’autore, dall’elettronica alla musica sacra e classica, dalla canzone popolare ai suoni del mondo. Ho messo la mia voce al servizio di questo percorso».

Un percorso che in tanti non hanno ben compreso.
«Già, sono quelli che ragionano come se Peter Gabriel non se ne fosse mai andato via dai Genesis!».

E invece nel 1989 ha messo un punto anche lì.
«Quei 14 anni di vita nei Matia Bazar sono stati straordinari. Ma nel 1989 ho deciso che poteva bastare così. Mi sono fermata per 7 anni. E poi sono ripartita con tutti questi progetti, che non avrei potuto portare a termine restando nel gruppo. Fu tutto molto chiaro: avvisai tutti un anno prima».

Quali fasi ricorda con più affetto della saga Matia Bazar?
«Il primo periodo degli anni 70 e le canzoni con cui diventammo famosi nel mondo, dall’Urss al Giappone, dal Sudamerica all’Europa. E poi la svolta elettronica».

A proposito di scelte radicali, quello fu un vero Elettrochoc per citare un vostro celebre brano dell’epoca. Come nacque?
«Noi quattro soci – io, Stellita, Golzi e Marrale – eravamo tutti immersi nei nuovi suoni che venivano dall’Inghilterra, dalla Germania: il post-punk, la new wave. Volevamo trasportare in Italia quel sound e abbiamo trovato in Colombo la persona giusta per realizzare il progetto, è diventato il nostro quinto uomo».

Cosa ha provato a vedere i Matia Bazar con altre cantanti? E l’ipotesi reunion resta esclusa?
«Non ho mai avuto problemi a veder usato il marchio Matia Bazar con altre cantanti, ma non mi sono più interessata a quei dischi. La reunion non avrebbe senso, siamo rimasti due del nucleo originario ed è bello che i ricordi restino legati a quello che abbiamo fatto in quegli anni».

La sua voce: prodigio naturale o frutto anche dell’esperienza?
«Un dono di natura. Io ho cercato più che altro di preservarlo e di usarlo nel modo migliore».

Quali sono le sue cantanti preferite?
«Adoro Nina Hagen, libera di usare la voce in modo anarchico. Poi Kate Bush, Sade, Bjork, le interpreti blues… In Italia vado indietro nel tempo: Lucia Mannucci del Quartetto Cetra e Caterina Valente».

Sono tempi neri: serve Empatia, come diceva in suo disco recente?
«È l’unica cosa che ci può salvare, ma sono anni difficili, in cui si fatica a trovare una speranza per le nuove generazioni».




Ultimo aggiornamento: Giovedì 14 Aprile 2022, 07:55



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Antonella Ruggiero: «Dall’elettronica alla musica sacra, la mia voce mi ha portato ovunque»

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