Sanremo, in un libro un racconto lungo 72 anni. Nico Donvito: «Il festival archivio di storia e di costume»




Tutto cominciò da “trottolino amoroso du-du-da-da-da”. Che, confessiamolo, è un incipit che può anche segnare. «Eppure – racconta Nico Donvito, giornalista musicale – il primo ricordo sonoro e visivo è legato a quel momento del festival del 1990, a “Vattene amore”». Aveva 4 anni, beato lui e, merito o colpa di Minghi e Panella, complice Mietta, la sua storia con Sanremo parte da lì. Adesso, dopo anni di ascolto e visione consapevoli, prima da appassionato, poi da giornalista tra cronache e interviste in Riviera, è arrivato “Sanremo il festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (Edizioni D’idee, 192 pagine, 16,90 euro) che si avvale della prefazione di Amadeus, avviato ormai al Sanremo-quater.

 

 

Un nuovo almanacco del festival?

«In realtà no, ho pensato che più che un lavoro d’archivio già fatto in passato, e bene, da diversi colleghi, fosse necessario riportare Sanremo a quel filo che lo tiene legato alla Storia, sì, quella con la esse maiuscola, e al costume, perché il festival non è mai stato un pianeta a sé, un’appendice musicale avulsa dalla nostra vita ma una parte, a volte anche inconsapevolmente importante, di essa».

Facciamo un esempio.

«La nascita stessa del Festival nel 1951. La guerra è ancora un ricordo che brucia, il Piano Marshall ha diviso il Paese tra le tensioni politiche, c’è dunque bisogno di leggerezza. L’organizzatore della rassegna per la Rai, il maestro Giulio Razzi, prega gli autori di quella prima edizione, di tenere lontana dal Salone delle Feste del Casinò, ogni eco di quei dolori, di quelle discordie».

 

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Insomma, l’imperativo sanremese di sempre: amore che fa rima con cuore.

«Sì, ma qualcosa riesce a filtrare lo stesso. “Vola colomba” evoca con la voce di Nilla Pizzi l’annosa questione di Trieste italiana, “Papaveri e papere” sembra alludere con ironia alla politica e ai politici. Insomma, Sanremo sarà anche la città dove “amore-cuore” è la rima più cantata ma è stato impossibile tenere la realtà fuori dalla porta».

Altri esempi?

«Il boom del festival che coincide col boom economico degli anni ’60, complice la televisione, il Sessantotto che Sanremo addirittura precorre con la tragedia di Tenco, gli anni ’70 che sono quelli di piombo nei quali l’immagine della rassegna si appanna nell’immaginario collettivo anche perché nuove correnti musicali arrivano dall’estero e sembra che su quel palco non trovino cittadinanza, il fervore degli psichedelici, edonistici anni Ottanta. Ma anche echi lontani come la Guerra del Golfo nel ’91 o episodi a noi più vicini come l’omicidio di Nicola Calipari nel ’95 dopo la liberazione di Giuliana Sgrena che entrò dentro la stessa diretta televisiva della finale del festival di Bonolis».

Ai nostri giorni?

«Due canzoni leggere, anzi leggerissime, come hanno cantato Colapesce e Di Martino l’anno scorso. Apparentemente leggere. Perché nel loro stesso brano c’era il desiderio di uscire fuori dall’incubo della pandemia e del lockdown. “…Perché ho voglia di niente…” la dice lunga. O quest’anno, “Ciao ciao” de La Rappresentante di Lista, il  più divertente, diciamo così, dei motivi in gara: “Nel silenzio della crisi generale” o “la vertigine sociale”, la fine del mondo e la Terra che sparisce non mi sembrano buttati lì a caso».

Ci ha rappresentati anche musicalmente i festival?

«Tra alti e bassi, sicuramente. Con alcuni momenti di immobilità e altri di crescita. Per i primi penso agli anni a cavallo tra i due secoli, per i secondi agli ultimi, con le direzioni artistiche affidate a cantanti (anche se Ravera, Salvetti, Baudo, Aragozzini, Fazio, Bonolis e Conti hanno portato pure loro del buono) per finire con Amadeus».

Amadeus come ciliegina sulla torta?

«Beh, ha saputo fiutare l’aria che tira nella musica. Uno che ha percorso la parabola da deejay in radio e in televisione allo streaming, che ha riportato il festival a fare tendenza, a indirizzare l’ascolto, da quella vetrina, verso modalità inconsuete. Un innovatore senz’altro ma con grande rispetto della storia della nostra canzone, della tradizione: due anni fa riportò la Pavone, l’anno scorso la Berti, quest’anno il fantastico trio Morandi-Ranieri-Zanicchi. E poi affascina la sua, di parabola, a Sanremo: da giovanissimo inviato di una radio privata di Verona a direttore artistico e conduttore sul palco… “penso che un sogno così non ritorni mai più”, avrebbe commentato il grande Modugno».

 

 




Ultimo aggiornamento: Martedì 22 Febbraio 2022, 07:14



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Sanremo, in un libro un racconto lungo 72 anni. Nico Donvito: «Il festival archivio di storia e di costume»

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